ALESSANDRA MARIA MAZZARA «NEL TEMPO CHE RESTA»


"Ogni volta che puoi, accendi un sogno e lascialo bruciare in te" - William Shakespeare

Mi sono imbattuta per caso in questo libro, grazie ad un passaparola nato sulla mia pagina Instagram e così, grazie al caso, ho conosciuto Alessandra e la sua storia. «Nel tempo che resta» è un romanzo ricco e intenso. Ricco di storie e di vicende che si intrecciano, ricco di emozioni e di sentimenti. Sin dalle prime pagine del libro accadono fatti sconvolgenti e si viene da subito proiettati in un mondo antico, un borgo lontano nel tempo e nella storia. Fino all’ultimo capitolo l’autrice ci regala colpi di scena che tengono il lettore letteralmente incollato ai personaggi e col fiato sospeso sino all’ultima parola.

«Cinque Torri è un piccolo borgo sulla costa occidentale della Sicilia. Lì, dove il Mediterraneo e il Tirreno si incontrano e si fondono in un'unica e immensa distesa d'acqua, la vita scorre a ritmo lento, scandito dalle stagioni e dall'eterna lotta tra il soffocante Scirocco e la fredda Tramontana. Tutto questo Beatrice lo sa bene. Orfana di entrambi i genitori, è cresciuta con nonna Nuzza, che le ha insegnato la fatica, ma anche il valore dello studio e dell'indipendenza; da lei Beatrice ha imparato a perseverare senza mai arrendersi, nemmeno quando il destino avverso la costringerà a fuggire lontano dal suo mondo, verso New York, verso una vita completamente diversa. Ma il suo passato tornerà presto a cercarla ...»

Ho apprezzato davvero tanto questa lettura anche se, ad essere sincera, il dialetto siciliano mi ha dato a tratti qualche difficoltà. Io infatti, che non conosco affatto questo dialetto che per altro non rassomiglia ai dialetti del nord Italia, ho temuto di potermi perdere qualcosa, qualche particolare del libro e di non poter cogliere appieno la bellezza della storia. In realtà, pagina dopo pagina, tutto ha iniziato a scorrere liscio e tranquillo come un fiume nel suo letto, senza intoppi e senza ostacoli. Il libro infatti, si lascia piacevolmente leggere e ha la capacità di catturare l’attenzione del lettore lasciandolo stupito capitolo dopo capitolo.

Non poteri dire altrimenti: il libro mi è piaciuto davvero tanto e lo consiglio assolutamente, ma questa volta, invece di essere io a raccontare del romanzo, mi piacerebbe che fosse l’autrice stessa a parlare innanzi tutto di sé stessa e poi della sua opera, del suo racconto, di come è nato e di come è cresciuto nel tempo, proprio come fosse una “creatura”.

Per la prima volta con Alessandra ho deciso di dare spazio a qualcosa di nuovo qui sul mio blog, un esperimento, un progetto che mi ronzava nella stessa già da qualche tempo e che non era ancora riuscito a prendere forma sino ad ora: un’intervista. A mio parere insieme, io e Alessandra abbiamo realizzato un accattivante botta e risposta, anche se il merito è senz’altro suo perché ha saputo raccontarsi e confidarsi con me come si fa con le amiche più intime e devo confessare che, tutte le volte che rileggo l’intervista, mi emoziono e spero davvero che questi sentimenti arrivino anche a voi!

Grazie di cuore Alessandra!

INTERVISTA AD ALESSANDRA MARIA MAZZARA

Ciao Alessandra, ci puoi parlare un po’ di te? Come ti presenteresti ai lettori?

«Sono una mamma a tempo pieno, divisa tra pannolini, capricci da stanare, lacrimucce da consolare e coccoline, con la passione per la cultura e la letteratura ebraica e in yiddish, i viaggi e la lettura.»

Quando hai iniziato a scrivere e da dove arriva la tua passione per la scrittura? Raccontaci un po’ il tuo percorso ...

«In realtà, scrivo da sempre. Ricordo che da piccola, ancor prima di iniziare la scuola elementare, mi piaceva sedermi accanto a due cugine più grandi di me mentre studiavano. Osservavo con avidità i loro quaderni, le penne, i loro libri e speravo di crescere in fretta, così da avere anch’io, come loro, le mie penne e i miei quaderni. Una di loro mi insegnò a scrivere (conservo ancora il quadernetto con Topo Gigio in copertina), dedicandosi a me nei pomeriggi d’estate a casa dei nonni, e da allora non ho più smesso. Inventavo favolette, racconti senza senso, cose così … poi, alle medie, ho fatto parte per due anni della redazione del giornalino scolastico, un’esperienza che ricordo con affetto. Tutto questo è sempre stato affiancato da un’abnegazione alla lettura fuori dal comune per una bambina. Costringevo mio padre a trascorrere ore alla biblioteca comunale, a sfogliare giornali d’epoca e a ricopiare su un quaderno quanto leggevo. I libri li divoravo. A partire da “Il Diario di Anne Frank” letto a undici anni, per poi passare a “Cime Tempestose” a quattordici e al “Canto di Natale” di Charles Dickens. I libri mi hanno sempre accompagnata e sostenuta, confortata e arricchita, così da coltivare il sogno di scriverne uno tutto mio …»

Come si fa a scrivere un libro? Esiste un metodo, hai qualche segreto piuttosto che qualche consiglio/suggerimento da dare a chi vorrebbe iniziare a scrivere un libro o ha appena iniziato a farlo?

«Mi chiedi di un metodo per scrivere … non credo ne esista uno valido per tutti, dal momento che la scrittura viaggia su corde personali. Ogni scrittore, scrivendo di altri, scrive un po’ anche di sé stesso, quindi pensare ad un metodo universale sarebbe come snaturare il processo creativo, che è unico per ciascun scrittore. L’unico consiglio che potrei dare - il solo per me valido - è quello di leggere. Leggere tanto, di tutto, senza pregiudizi o preconcetti, assorbire le varie tecniche narrative, fare proprie le storie, immedesimarsi, vivere quel che vivono i personaggi, in altre parole, rendere vera la finzione. E, quando possibile, partecipare a corsi di scrittura creativa.»

Ora entriamo un poco nel vivo dell’intervista. Di che cosa parla il tuo romanzo «Nel tempo che resta»? Come è nata l’idea, l’ispirazione che ti ha portato a scriverlo?

«“Nel tempo che resta” nasce dalle storie che mia nonna mi raccontava da bambina. Amavo sentirla parlare dei suoi tempi, di quel mondo che non c’è più e che ha fatto la Storia. Un paio di anni prima di morire mi raccontò di quando, poco prima della guerra (lei era del 1928) una parente bussò alla sua porta sulla torre della Giudecca, a Trapani, chiedendole di scrivere per lei, che era analfabeta, una lettera al figlio emigrato in America. Rimasi affascinata da questa richiesta e dall’idea che mia nonna, che all’epoca era solo una bambina, scrivesse sotto dettatura lettere che avrebbero attraversato l’oceano e letto quelle di risposta che dall’America arrivavano alla Giudecca. Da lì nasce il personaggio di Beatrice, che è un po’ l’alter ego di mia nonna, sebbene, ci tengo a ribadirlo, quello che le accade nel romanzo è frutto della mia immaginazione.»

A quale personaggio sei più affezionata? Quale ti assomiglia di più? Lasciami dire che la figura di Beatrice, donna forte, coraggiosa, indipendente, a me ha colpito tanto davvero. Le donne in questo libro sono tutte donne forte e testarde, donne che sanno crescere una famiglia, che tengono il controllo della situazione, donne veramente capaci.

«Ho amato fin da subito il personaggio di Nuzza. L’ho immaginata in un pomeriggio di marzo di tre anni fa, mentre mio figlio di due anni dormiva accanto a me e io cercavo di riposare dalla fatica di stargli dietro. Ma Nuzza mi rimbalzava in testa, nei pensieri, negli occhi, così che mi sono alzata, ho preso un vecchio quaderno rilegato in stoffa e corda e, abat-jour accesa al minimo per non svegliare il piccolino, ho buttato giù le prime righe, seguendo quello che Nuzza voleva che scrivessi di lei, come se mi parlasse. È stato divertente e faticoso al tempo stesso. Creare un personaggio, dargli una voce, una vita, ti chiama a fare i conti anche con te stesso, con le tue fragilità, i tuoi punti di forza e i tuoi limiti e tutto questo, a volte, può essere anche doloroso.»

È il tuo primo libro questo?

«Nel 2018, con la casa editrice Il Ciliegio ho pubblicato “Storia di due sorelle e di un cromosoma in più”, un piccolo racconto autobiografico che racconta di me e di mia sorella Chiara, nata con la Sindrome di Down. Un modo per parlare a tutti di disabilità dal punto di vista di una sorella. I libri sono uno strumento potente anche per l’abbattimento delle barriere mentali e il mio racconto vuole proprio far questo, vuole dire: è vero, fa male, la disabilità ti piega e ti spezza, può disorientare e spaventare. Ma non è impossibile andare al di là di essa. Approcciarsi all’altro non guardando l’etichetta che la società gli ha imposto, ma i suoi occhi.»

Hai altri progetti di scrittura in corso o per il prossimo futuro?

«Già da circa un anno sto scrivendo un secondo romanzo, ma non vorrei dire molto perché il lavoro è in itinere. Posso solo anticipare che, questa volta, i miei personaggi saranno molto lontani da quelli creati nel romanzo “Nel tempo che resta”, da ogni punto di vista e che, anche qui, due donne saranno al centro di tutto, perno fondamentale per il decorso della storia.»

E per concludere Alessandra ti vorrei chiedere ... hai un sogno nel cassetto o li hai già realizzati tutti?

«Riuscire a scrivere un romanzo, dall’inizio alla fine, e pubblicarlo: questo è un sogno già realizzato. Per il resto … sì, ne ho parecchi, di alcuni non saprei neanche darne forma. Sono il motore della vita, lo stimolo a fare sempre meglio, a lavorare sodo, a credere in sé stessi, a non mollare. Lo diceva anche Shakespeare: “Ogni volta che puoi, accendi un sogno e lascialo bruciare in te”, lasciare che quel desiderio bruci nella nostra anima e far sì che le fiamme lo trasformino in qualcosa di diverso. Magari, in realtà!»


Affettuosamente vostra,

Elena
@ilbellodelledonne_blog

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